Esiste un detto secondo il quale i guai, quando arrivano, non lo fanno uno alla volta, ma tutti insieme. Altre versioni del detto dicono che arrivino a frotte, il che fa immaginare che ve ne siano un po’ di più rispetto a quel “insieme”, mentre altre ancora dicono che arrivino tre alla volta.
Se dovessi attenermi a solo una di queste versioni, direi che per ora mi andrebbe bene l’ultima; un guaio per ogni figlio. Ognuno si porta addosso le proprie croci, per i bambini non è diverso. Soprattutto se sei un bambino, secondo logore logiche razzial-sociali, diverso.
Il mio bambino è “diverso” innanzitutto perché non è italiano. Le classi sono piene di bambini non italiani, certo, nati da genitori esteri ma che si sono stabiliti in Italia da un po’, quindi nati in Italia e riempiti di orgoglio italiano e pregiudizio generale. Il mio bambino viene da un posto in cui la scuola è poco più che paragonabile a un centro assistenza minorile; non insegnano quasi nulla e il controllo sugli “studenti” è pari a zero. Questo fa del mio bambino uno svantaggiato rispetto agli altri. Provate a immaginare la scena durante un dettato; lui che a stento sa l’italiano, che non parla bene neppure la sua lingua di origine in cui non sono previste doppie se non per la S e la R. Il mio bambino soffre di disfunzione nell’apprendimento. In una parola, è dislessico. Il suo cervello corre ai mille mentre le parole vanno solo a duecento e quando legge, vede l’inizio della frase, salta delle parole e si ritrova alla fine, senza capire nulla di ciò che sta in mezzo e quindi del senso della frase.
Ho imparato che i bambini dislessici non solo hanno difficoltà nell’apprendere, ma di fronte a questa difficoltà innalzano una barriera, vanno in crisi e se si forza la mano cercando di spingere cose e argomenti nel loro cervello, danno di matto e cadono preda di crisi nervose e di pianto.
Fidatevi di me quando vi dico che è uno spettacolo a dir poco devastante.
Inoltre, il bambino dislessico, non vedendo la necessità di immergersi nello studio e quindi in discipline che fanno a botte con il suo modo di essere, evita di pensarci. Costruisce la barriera di cui prima, mette giù lo zaino e mettendolo giù si è già dimenticato che uno zaino (con dentro libri e quaderni e diario di scuola con compiti per il giorno dopo) esiste. E quindi che esiste la scuola. Da dove viene il mio bambino non esistono i compiti per casa. Anche questo è un bel problema visto che qui i bambini li riempiono di compiti.
E pensate che i compagni di scuola del mio bambino abbiano voglia di aiutarlo? Il minimo che fanno è ridere di lui perché fa i calcoli di matematica contando con le dita delle mani e il mio bambino frequenta la quarta elementare. I bambini però sono perdonati, perché il loro spirito è puro e non sono macchiati da nessuna colpa, se non quella di nascere da genitori pezzi di merda.
Ecco, parliamo dei genitori. Io sono convinto che il cancro più grande che può intaccare la coscienza di un bambino siano i suoi genitori. Perché al giorno d’oggi i genitori non sanno fare il loro lavoro più importante. Ovvero, i genitori.
Vedo viziati pezzi di stronzi vestiti alla perfezione con sorrisi plastificati che ti stringono la mano il primo giorno di scuola con mille cerimonie per pura educazione ed etichetta e per fare una bella impressione (missione che fallisce comunque e subito; riconosco un figlio di puttana da dieci secondi che lo guardo negli occhi) e poi si defilano. E magari riempiono, nei mesi a venire, la testa del proprio figlio con mille pregiudizi riguardo al mio bambino.
Queste sono le cose contro cui voglio combattere: l’ignoranza di merda. Le teste di cazzo prive di spessore. I coglioni che ti mostrano entrambe le arcate di denti. Forse perché han voglia di farsi fare strike con una legnata?