Alessandro Tinchini Parte 46 (- 329 giorni alla fine di un mondo)

L’eco dei magnitudo 5,4 si fa sentire nei sordati battiti del mio cuore. Il secondo rintocco in due giorni; undici anni che sto a Milano e mai un tremolio. Non è neppure zona sismica la capitale lombarda. Che le trombe del Giudizio ci stiano giocando un tiro sinistro? Oddio, con questa crisi, sarebbe l’unica scossa efficace. Peccato che sarei ancora vivo per sorbirmela tutta.

Io sono convinto che l’anima di un uomo può essere messa a dura prova e che prima o poi il crollo derivi da una progressiva stratificazione di livelli negativi, molto spesso inutili, che contribuisce a schiacciare finanche la più esigua forma di felicità e benessere. Vi è una parola più specifica ma ora queste due sono le uniche a venirmi in mente.

Credo fermamente che se non sei riuscito a rendere felice e orgogliosa tua madre nemmeno oltre i trenta, beh forse dovresti cercare che spingere via le forze oscure che tendono a voler stratificare. Perché ad ogni livello negativo in più che si stratifica, corrisponde una tacca in meno nella scala di fiducia che tua madre ha nei tuoi confronti. E non vi è nulla di più orribile e triste e degradante e soprattutto deprimente del sapere di aver deluso tua madre.

Che poi la testa torna indietro, i pensieri dei giorni idilliaci si affollano nel tuo cervello facendo a gara a chi si conquista per primo il palcoscenico. E prima o poi tutti sfileranno e alla vista e analisi di ognuno partiranno gli strali d’acciaio appuntiti verso il tuo cuore.

E la Nova Crux ti crolla addosso. Non morire, fetente, v’è ancora tanto da soffrire.

Alessandro Tinchini Parte 44 (- 331 giorni alla fine di un mondo)

Esiste un detto secondo il quale i guai, quando arrivano, non lo fanno uno alla volta, ma tutti insieme. Altre versioni del detto dicono che arrivino a frotte, il che fa immaginare che ve ne siano un po’ di più rispetto a quel “insieme”, mentre altre ancora dicono che arrivino tre alla volta.

Se dovessi attenermi a solo una di queste versioni, direi che per ora mi andrebbe bene l’ultima; un guaio per ogni figlio. Ognuno si porta addosso le proprie croci, per i bambini non è diverso. Soprattutto se sei un bambino, secondo logore logiche razzial-sociali, diverso.

Il mio bambino è “diverso” innanzitutto perché non è italiano. Le classi sono piene di bambini non italiani, certo, nati da genitori esteri ma che si sono stabiliti in Italia da un po’, quindi nati in Italia e riempiti di orgoglio italiano e pregiudizio generale. Il mio bambino viene da un posto in cui la scuola è poco più che paragonabile a un centro assistenza minorile; non insegnano quasi nulla e il controllo sugli “studenti” è pari a zero. Questo fa del mio bambino uno svantaggiato rispetto agli altri. Provate a immaginare la scena durante un dettato; lui che a stento sa l’italiano, che non parla bene neppure la sua lingua di origine in cui non sono previste doppie se non per la S e la R. Il mio bambino soffre di disfunzione nell’apprendimento. In una parola, è dislessico. Il suo cervello corre ai mille mentre le parole vanno solo a duecento e quando legge, vede l’inizio della frase, salta delle parole e si ritrova alla fine, senza capire nulla di ciò che sta in mezzo e quindi del senso della frase.

Ho imparato che i bambini dislessici non solo hanno difficoltà nell’apprendere, ma di fronte a questa difficoltà innalzano una barriera, vanno in crisi e se si forza la mano cercando di spingere cose e argomenti nel loro cervello, danno di matto e cadono preda di crisi nervose e di pianto.

Fidatevi di me quando vi dico che è uno spettacolo a dir poco devastante.

Inoltre, il bambino dislessico, non vedendo la necessità di immergersi nello studio e quindi in discipline che fanno a botte con il suo modo di essere, evita di pensarci. Costruisce la barriera di cui prima, mette giù lo zaino e mettendolo giù si è già dimenticato che uno zaino (con dentro libri e quaderni e diario di scuola con compiti per il giorno dopo) esiste. E quindi che esiste la scuola. Da dove viene il mio bambino non esistono i compiti per casa. Anche questo è un bel problema visto che qui i bambini li riempiono di compiti.

E pensate che i compagni di scuola del mio bambino abbiano voglia di aiutarlo? Il minimo che fanno è ridere di lui perché fa i calcoli di matematica contando con le dita delle mani e il mio bambino frequenta la quarta elementare. I bambini però sono perdonati, perché il loro spirito è puro e non sono macchiati da nessuna colpa, se non quella di nascere da genitori pezzi di merda.

Ecco, parliamo dei genitori. Io sono convinto che il cancro più grande che può intaccare la coscienza di un bambino siano i suoi genitori. Perché al giorno d’oggi i genitori non sanno fare il loro lavoro più importante. Ovvero, i genitori.

Vedo viziati pezzi di stronzi vestiti alla perfezione con sorrisi plastificati che ti stringono la mano il primo giorno di scuola con mille cerimonie per pura educazione ed etichetta e per fare una bella impressione (missione che fallisce comunque e subito; riconosco un figlio di puttana da dieci secondi che lo guardo negli occhi) e poi si defilano. E magari riempiono, nei mesi a venire, la testa del proprio figlio con mille pregiudizi riguardo al mio bambino.

Queste sono le cose contro cui voglio combattere: l’ignoranza di merda. Le teste di cazzo prive di spessore. I coglioni che ti mostrano entrambe le arcate di denti. Forse perché han voglia di farsi fare strike con una legnata?

Alessandro Tinchini Parte 43 (- 332 giorni alla fine di un mondo)

Scrivo da una terra di mezzo, da un tedioso pomeriggio in cui lo stallo ha imposto la sua presenza nell’ispirazione e i principi più bassi dell’ansia rimangono nel sottosuolo, non ascoltati ma comunque presenti ed influenti.

Rimango in attesa. Si arranca ma non ci si ferma. Si ha fiducia.

Si ha voglia di innalzarsi, quando forse il migliore innalzamento è rimanere dove si è, fare il possibile nel proprio piccolo e guardare alle cose più semplici di una vita. La nostra.

Già. La nostra.

Alessandro Tinchini Parte 42 (- 333 giorni alla fine di un mondo)

Correre sul filo del rasoio mentre giochiamo a rimbalzare tre palle con due mani, fischiettando l’inno di Italia. Poi solleviamo un piede e iniziamo a correre solo con l’altro. Che c’è, è troppo poco impegnativo? Beh, allora mettiamo due tizi, uno da un lato e uno dall’altro del filo, che vi fanno il solletico sotto l’unico piede che corre con piume di piccione. Aggiungiamo delle spogliarelliste con tette alla terza e perizoma iperminimale che si esibiscono su due furgoni che procedono uno lungo una carreggiata alla vostra sinistra e uno alla vostra destra. Nota Bene (e qui farà male): i furgoni vanno a passo tuo, se corri corrono se vai più lento rallentano. Facciamo che se sei gay ci mettiamo due marinai palestrati sui furgoni e che se le piume di piccone non ti fanno nulla allora mettiamo due bruti che ti tirano addosso palle da basket con impeto sostenuto. Allora, che mi dici adesso? Giochi da ragazzi? Bene, allora facciamo che recluto altri due bruti, stavolta ancora più forti, che si mettono a cinquanta metri avanti a te, uno da un lato e uno dall’altro del rasoio (dev’essere bello lungo ‘sto rasoio se ci corri sopra) e iniziano a farlo traballare spingendo da una parte e dall’altra…

Alessandro Tinchini Parte 41 (- 334 giorni alla fine di un mondo)

Voglia di nuovo. Un po’ in genere. Ma anche di vecchio. Voglia di fare a pezzi tutto e ricomporre in ordine diverso, quindi un fare a pezzi positivo e costruttivo. Voglia di un bene comune ma molto soggettivo, voglia di mostrare la mia realtà dei fatti ed imporla come la realtà dei fatti.

Voglia di non aver più bisogno di aprire il mio corpo alle due Dame, la Rosa e la Blu che fanno in modo che la mia testa non esploda. Della Dama in Blu ho dovuto oggi sorbirmi una doppia dose e ora ne sto pagando le ovvie conseguenze.

Voglia  di ricambiare nel modo giusto, voglia di riscaldare nel modo giusto.

Voglia.

Alessandro Tinchini Parte 40 (- 335 giorni alla fine di un mondo)

Nulla di nuovo sotto il sole. Veramente. Solo il richiamo di una terra che non è questa e che potrebbe diventare questa. O questa potrebbe diventare quella.

Sarebbe utile divenire un paese del Terzo Mondo e la strada che stiamo percorrendo è quella giusta, lo sappiamo e una parte di me, nonostante non sia mai stato abituato alla vita da povero, brama con mani tesi e avide quella vita. Una vita fatta di nulla e di tutto, una vita essenziale e non è forse l’essenza ciò che molti stronzi ricchi millantano così tanto di stare cercando?

Quando un ricco e famoso si fa pubblicità dicendo che vuole vivere come senzatetto per un anno, lo fa appunto per farsi pubblicità; quando una grande attrice gloriosa di un passato ancora più glorioso si fa fotografare sdraiata su una panchina con solo una coperta addosso, senza trucco e con chili di troppo, lo fa per farsi pubblicità, perché si sente sola anche, certo e perché non è più bella e giovane e non lavora. Ma è ben lungi dal morire di fame. E voglio vedere se farebbe la vita da senzatetto se fosse ben conscia che la prima banda di balordi potrebbe appiccarle fuoco e trasformarla in una torcia umana prima, e in un ammasso di carne e ossa bruciate poi.

I rischi nessuno di noi vuole accollarseli.

E quindi non è molto meglio abdicare, spingere e spingersi affinché si possa arrivare oltre l’orlo del baratro, cadere giù e dire finalmente che siamo liberi, liberi di essere umani? Allora sì che avverrebbe la vera fine e il vero inizio, allora sì che varrebbe la pena che questo mondo finisse perché possa iniziare il prossimo, quello dell’essenza, anzi dell’Essenza.

Che sia proprio Wonderland quella terra dell’Essenza che ci aspetta? Che aspetta tutti noi?

Alessandro Tinchini Parte 39 (- 336 giorni alla fine di un mondo)

E’ bello respirare il 20 di aprile quando è il 20 di gennaio.

E’ bello vedere precisi e caratteristici colori con qualche settimana di anticipo, perché domani torna tutto come prima. Non è normale, dicono. Vero, non è normale, ma fa parte del gioco attuale. E va bene così.

E’ bello vedere e capire che esiste un gioco; esiste un gioco per ogni epoca e questo è il nostro, da quando apriamo gli occhi al mattino-o alla sera- a quando li chiudiamo alla sera-o al mattino.

Alessandro Tinchini Parte 38 (- 337 giorni alla fine di un mondo)

Cosa fa uno scrittore quando non scrive il Grande Romanzo della Sua Vita? Semplice; scrive.

Scrive altro che poi utilizzerà in qualche altro modo. Tipo racconti, epistole, massime o altri frammenti che diventeranno altre cose, tipo incipit per romanzi, soggetti per film o tracce e appunti per opere teatrali. O tante altre cose che rimarranno nei suoi cassetti fino a che qualcuno, anni dopo la sua morte, riporterà alla luce per una possibile pubblicazione.

Ma quanto vale la pena scrivere il Grande Romanzo della Propria Vita? E poi perché bisogna per forza scriverlo? Non si potrebbe semplicemente declamarlo oralmente davanti a un pubblico di amici e conoscenti e amici di amici durante una cena-reunion in un ristorante sul mare, magari il ristorantino che frequentavate coi vostri stessi amici quando eravate degli squinzi e i sabato sera uscivate per bagordi e broccolaggi e quant’altro? Come si usava nella tradizione orale nell’antica Grecia, quando i poeti erano attorniati da un pubblico spesso diversificato e ogni volta diverso e chi era lì era fortunato perché aveva l’occasione di ascoltare quella versione delle liriche, perché il giorno dopo avrebbe ascoltato un’altra versione, e quello dopo un’altra ancora e via così.

E’ vero che i poeti a volte venivano assunti dai potenti e pagati, anche molto bene, per poter esibirsi regolarmente per un pubblico selezionato. Ma allora subentrava la committenza e l’arte dove andava a finire? Rimaneva o cedeva il passo a qualche artificio imposto? La libertà di espressione poteva ancora essere chiamata tale?

E noi, cosa vogliamo fare?

Alessandro Tinchini Parte 37 (- 338 giorni alla fine di un mondo)

Che senso ha trovare un lavoro quando mancano 338 giorni alla fine del mondo? Nessuno. Se però a finire non è il mondo ma un mondo, allora è diverso, allora il senso, anzi un senso, lo si può trovare. Perché se nel mondo che viene dopo la fine di questo si ha la possibilità di lavorare, quindi se c’è lavoro nel mondo di dopo, allora ha senso anche trovarlo. Ad aver senso è prima di tutto la ricerca, quindi cercare il lavoro.

Il fatto di trovare lavoro implica che qualcuno lo stia cercando e se qualcuno lo sta cercando, significa che non ce l’ha. Se qualcuno non ha lavoro, non vuol per forza dire che non abbia più un lavoro, ma molto probabilmente non l’ha mai avuto e quindi lo cerca per trovarlo. Se qualcuno ha invece perso il lavoro, allora ciò che deve fare è RI-trovarlo e non semplicemente trovarlo.

Io oggi ero a un passo dal ritrovarlo e anche dal qualcos’altro-che-non-riesco-proprio-a-definire. Per il semplice fatto che ancora ho un lavoro, un mezzo lavoro, anzi un lavoro che quasi non c’è più ed è anzi più logico dire che non c’è già più. Quindi stavo per ritrovare lavoro e anche forse per trovarlo di nuovo, e non semplicemente trovarlo, dato che non è vero che non ho mai lavorato, ma è passato così tanto tempo dall’ultima volta che ho lavorato nel mio lavoro che non c’è quasi più che devo quasi trovarlo… di nuovo, appunto.

Sfortuna volle che si trattasse di volontariato. Quindi non un vero e proprio lavoro. Certo che è difficile, oggi, eh… trovare e ritrovare e trovare di nuovo un lavoro. Bisognerebbe fare come Papa Legba, alias Lo Sciamano, che grazie alla sua bacchetta di Harry Potter e ai suoi speciali anelli, riesce a influenzare gli eventi atmosferici. E se domini gli elementi, sei un bel pezzo avanti.